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Li trovi ormai in ogni città, in ogni paese, anche quelli più sperduti, in Piazza Venceslao a Praga o in Trafalgar Square a Londra come nella piazza centrale di un’oscura cittadina di provincia francese o tedesca. Sono probabilmente anche loro una conseguenza della globalizzazione – forse una delle meno considerate, ma non delle meno interessanti. Sono i musicisti andini.
Chiariamo subito che non si tratta di quei pittoreschi suonatori vestiti di ponchos colorati che fecero la loro comparsa nelle strade europee negli anni Settanta suonando i successi degli Inti Illimani o dei Cantores de Quilla Huasi. Quelli erano musicisti che rappresentavano ed “esportavano” una tradizione musicale originale – e poco importa se lo facevano suonando sotto i portici o in un mercatino (in fondo lo facevano per tirare avanti e spesso per risparmiare un po’ di soldi per le loro famiglie in Sudamerica, non per diffondere la conoscenza della musica andina nel mondo).
I musicisti a cui mi riferisco io sono altri, non indossano ponchos colorati e non suonano pezzi andini. Spesso non suonano proprio, ma si limitano a star lì, fingendo di fare una pausa tra due serie di brani, mentre un piccolo stereo alimentato non si sa come (batterie? generatore nascosto? allacciamento illegale alla pubblica illuminazione?) diffonde nenie mielose suonate da un flauto di pan – nenie che quasi mai hanno origine andina, ma che vanno da “Cats” a “O sole mio”, tutte arrangiate ignobilmente, con il flauto di pan che fa la voce e un paio di sintetizzatori e tastiere che fanno la base. Accanto allo stereo stanno in bella vista una serie di CD, registrati dai sedicenti musicisti. Dai un’occhiata ai brani e non ne trovi uno andino, neanche “El condor pasa” o “Duerme negrito”. Il massimo della concessione all’America Latina sono “Garota de Ipanema”, “Cielito Lindo” e “Guantanamera”. Poi un sacco di evergreens, quella che negli USA si chiama elevator music. Insomma, è come se Stephen Shlack avesse abbandonato il pianoforte e fosse passato al flauto di pan. Che poi fa tanto new age. Musica per rilassarsi tra fumi di incenso e in mezzo a uno stuolo di candele accese che neanche in cattedrale, tutte di colore diverso (verde per la salute, giallo per il denaro, rosso per l’amore ecc.: ma quanto si può essere superstiziosi, creduloni o semplicemente coglioni, a pensare che accendere una candela di un certo colore ti porti quello che non hai?).
Ti metti lì in un angolo a osservare, maligno, il momento in cui i “musicisti” spengeranno lo stereo e si rimetteranno a suonare, ma – inutile dirlo – tale momento non arriverà mai. Restano lì parlottando tra loro, mentre il CD arriva in fondo e ricomincia da capo. Tanto i passanti mica ci fanno caso, chi vuoi che se ne accorga che è tutta una messinscena? Al massimo i negozianti o gli altri ambulanti, ma nessuno dice niente – e che vuoi dire? Metterti a urlare “Suonate qualcosa, perdio!” tirando calci allo stereo?
Li osservi per un po’, poi te ne vai, infili nel primo Ricordi MegaStore e chiedi a un commesso di farti ascoltare in cuffia un CD di Jorge Cafrune o di Atahualpa Yupanqui. Tanto per disintossicarti.