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Per esempio, se dei simpatici amici di recente acquisizione ti invitano a pranzo.
E se la trattoria che ti propongono ha quel sapore... quello dei posti di una volta.
Di quelle trattorie che hai visto a decine nei films di Sordi, Gasmann o Tognazzi.
Che quando entri ti verrebbe voglia di indossare un foulard a fiori come le donne di quegli anni (se sei una donna, ovviamente).
Dove l'arredamento è ancora quello originale, non una virgola cambiata.
Che nel menu ci trovi ancora il consommè, i tortellini in brodo, il bollito con la salsa verde. E di dolce i mandarini e le mele.
E ti mettono sul tavolo il fiasco di vino e quanto bevi bevi e il prezzo è sempre lo stesso.
E la signora che serve ai tavoli è sorridente e paciosa e ti consiglia come una mamma e ti racconta dei suoi figli, di suo marito, come se ti conoscesse da sempre anche se è la prima volta che ti vede.
E sei anche in buona compagnia e ti fai due risate, che fanno sempre bene.
E poi ti offrono pure il pranzo.
Cosa volere di più?
...son cose...
Livelli
Ti parlo di quei sentimenti che dovrebbero colmarti tutto, riempirti di spontaneo interessamento, farti desiderare ardentemente di vedere un sorriso nei miei occhi, solo perché per te è necessario che ci sia per stare bene, per respirare liberamente; ti parlo di quella sottile paura, quella che sommuove dolcemente il cuore e che ti fa temere perdita, che ti fa percepire una possibile spaventosa assenza di me; ti parlo di quella smania che ti fa sentire me come il primo dei tuoi pensieri, ed anche il secondo, e forse anche il terzo, e stupirtene ogni volta, timoroso e vinto, che ti fa svegliare di notte per sentire il mio odore, la mia presenza, il mio calore; ti parlo di quel sentire compartecipato, che ti fa quasi tremare, dove le mie parole diventano melodie per te, i miei movimenti danze per i tuoi sensi, brividi per la tua pelle; ti parlo di condividerti con me, fino alle viscere, fino ai più profondi segreti inenarrabili sepolti sotto strati di millenaria polvere e oblio, che ti faccia desiderare di strapparti di dosso maschere e obsolete e inutili armature per farmene omaggio, renderti comprensibile e trasparente, indifeso, forse; ti parlo di desiderio di correre con me su immensi prati dipingendo cieli, illuminando stelle, cucinando insieme infinite musiche diverse, immaginando l’assoluto e l’immenso, annusando colori e momenti e pelle nuda, e sangue saliva sudore, continuamente, ossessivamente, quasi; ti parlo di sguardi e parole che non bastano, di bisogno di tempo per vedermi e conoscermi ancora e ancora, da tutte le angolature, in tutte le presenze e in tutte le assenze; ti parlo di emozioni profonde, di quelle che destabilizzano e lasciano spossatamente felici, immensamente felici e al contempo affranti...
Vorrei essere la tua droga e la tua dannazione, la tua estasi e il tuo delirio, la tua liberazione e la tua angoscia, il tuo tutto, il tuo assoluto.
Tu mi parli di cose. Cose per te, per stare bene tu. Cose, sempre cose; cose con gente, cose da solo, cose da dire, cose da fare. Opportunamente ineccepibili, appropriate, adatte, precise, delineate; parli di tempo, tempo per fare e disfare, orari, di appuntamenti e della loro assenza, vivere nel tempo, viverne fuori; parli di persone che hanno bisogno di te, della tua attenzione, del tuo conforto, della tua vicinanza; mi racconti di progetti per il futuro, lavoro, impegno, abnegazione, stabilità, risultati, soddisfazioni materiali; parli di oggetti da sistemare, comprare, spostare, pulire, buttare, riverniciare, cancellare, costruire; controllo sulla materia e tentativo di controllo sull’immateriale, narri di sogni e dici di terra, di amore e pensi possesso, di emozioni ed immagini fughe.
Vorresti essere la mia droga e la mia dannazione, il mio estasi e il mio delirio, la mia liberazione e la mia angoscia, il mio tutto: il tutto assolutamente solo mio.
Titolo: inizio settimana lavorativa
Sottotitolo: domande postemi da un collega:
Lui: scusa, in quale salottino posso andare?
Io: in nessuno, sono pieni.
Lui: ah, quindi sono tutti occupati?
Io: si, c'é gente in TUTTI i salottini...
Lui: ah, quindi nel salottino "A" chi c'è, Pinco? E nel "B" Caio? E nel "C" forse c'é Sempronio?
Io: si, non esattamente con questa associazione, ma SONO TUTTI OCCUPATI.
Lui: ah, allora se sono occupati, io dove posso andare?
Io: .... (%!!à°ç*é!!$£%!&!!!!!!!!!!!!)
Conclusione: anche per questa settimana, amare aspettative lavorative. La mia pazienza si affievolisce di volta in volta in maniera decisamente preoccupante e il mio dubbio che la stupidità non abbia limite diviene certezza!
Zitti zitti che oggi il vecchiaccio non c'era....
...leggerà mica i blog???
Oggetto: ominide maschio depravato di circa 65 anni
Io vorrei sapere perché, in quell'ora delicata dell'appena avvenuto risveglio, nel fragile momento in cui assaporo il mio primo caffè affidandogli il compito di riportare i neuroni alla luce del nuovo giorno, io debba, mio malgrado e con sommo fastidio, essere tediata dal bipede succitato.
Io non concedo così facilmente prossimità fisica ai soggetti umani circolanti. E ci sono persone che non conoscono le regole basilari di convivenza civile e infrangono, a volte con irriverenza e disdicevole quanto malsano gusto, quel delicato spazio personale, quei centimetri di indispensabile minima distanza che per civiltà e rispetto andrebbero tenuti fra esseri umani non parenti, non amici, non intimi.
E invece il tizio in questione, regolarmente, ogni mattina, sorseggia placido il suo caffè praticamente a ridosso della mia persona, guardandomi indagatorio e cercando, disperatamente, di fare qualche simpatica battuta sugli stati comatosi mattutini (ovviamente non riuscendo minimamente a divertirmi, anzi!).
Credo che abbia una sorta di "fissazione" per le donne e per me in particolare. "Sento" il suo sguardo lascivo e corrotto di vecchio bavoso incomprensibilmente speranzoso e giovanilisticamente baldanzoso e malsopporto la sua prossimità fisica malata e insana e questo mi provoca raccapriccio e fastidio.
E aprire tutte le mie giornate con tale sensazione è decisamente deprimente.
A nulla sono valsi sguardi scocciati, battute cattive e anche offensive e bruschi allontanamenti fisici dal suddetto soggetto.
Potrei essere quasi due volte sua figlia, fa ribrezzo. Forse è pure pedofilo. Lo elimino?
...si accettano suggerimenti...
Questa, trovata per caso, mi è piaciuta:
Regala all'amato
ciò che per te
è più prezioso.
Ma fai anche attenzione
al poco che ricevi da lui,
perché è la cosa più preziosa
che può darti.
Eccomi, sono tornata.
Lungo periodo di meditazioni e assestamenti.
Perchè, direte, forse. Perchè a volte certe esperienze lasciano proprio senza parole. Io non ne avevo più. Ancora ne ho poche, a dire il vero, ma piano piano stanno tornando. Le sento, frullano, corrono veloci, si incrociano in mezzo ai miei neuroni.
Qualcuna si ferma un po' di più di prima e mi permette di farsi digitare sulla tastiera.
Ancora mi domando (e ieri sera ho raggiunto l'apoteosi in questo pensierino) perchè nella mia vita io debba incontrare continuamente soggetti disturbati. Non riesco proprio a farmene una ragione. Ti avvolgono in queste spire di alienazione, quasi ti convincono a seguirli sugli impervi terreni delle seghe mentali, tutto sembra difficile, complesso; la serenità sembra irraggiungibile, inerpicata com'è fra costoni di roccia e flora bassa, pungente e malsana. Ti accontenti a quel punto di piccoli sprazzi di luce, subito nascosti, sottratti da assenze, subitanee ritrattazioni, creazioni artefatte di problemi tanto insolubili quanto in fondo inesistenti.
E via con una giostra di "ma ci pensi se non ci fossimo, qui, ora, se non esistessimo" e "essere assenti, poter non pensare, non soffrire, non temere un domani", "che senso ha questa vita", "ho paure, molte paure, forse insormontabili, ci sto lottando ma non vedo la luce", "il passato è ancora così prossimo da rendere traumatico se non impossibile qualunque avvicinamento sentimentale o umano", "la caducità della vita e dell'amore", "lasciarsi andare per ritrovarsi poi traditi e delusi?", "controllarsi e controllare per non farsi sommergere dalle emozioni, pericolose, destabilizzanti", "non posso rinunciare alla mia libertà così faticosamente ottenuta" (manco io fossi una galera!), "non mi sai capire", "non hai rispetto per il mio dolore", "rimango dove sono perchè questo è un terreno conosciuto, noto, il resto è un punto di domanda, non mi sento di affrontarlo", "i ricordi dolorosi ma importanti, da analizzare, puntualizzare, rigirare in mille versi", "io mi basto"... potrei andare avanti ore, con la sequela delle "seghe mentali", ce ne sono di mille tipi.
Poi, alla fine, l'unica cosa che accade è che chi è in quel torpore ci rimane e chi, spettatore impotente, si ritrova a girare intorno a tali soggetti, è poi alla fine l'unica vittima. Chi soffre spesso fa male agli altri, solo agli altri. E la cosa grave è che gli altri non possono farci niente, non hanno accesso a tali personali sofferenze, non sono cedibili nè divisibili, non si ha alcun potere di alleviare i dolori. Spesso, piuttosto, ci si ritrova a fare da specchio per l'autocompiacimento, una sorta di discorso contorto che suona più o meno così: "io soffro, tu te ne accorgi e quindi, in un certo senso, lo accerti e lo accetti pur non potendomi aiutare, ma, nello stesso tempo, lo rendi reale, visibile, quindi il mio dolore diventa giustificato, plausibile. E il tutto mi autorizza sempre di più a vivermi il mio stato doloroso a testa alta. La sofferenza quindi resta, ma legittimata.
Bene, ora mettiamo un bel basta. La vita va vissuta, le esperienze vanno fatte, le emozioni provate, i sentimenti dimostrati, le paure superate, i tradimenti messi in conto - sono possibili, forse inevitabili -. Non intendo più fare da specchio ai dolori degli altri. Che ognuno si risolva i suoi. E chissà che un giorno, prima o poi, io possa incontrare qualche bipede più sensato che concepisce il valore della parola "scambio". E allora si vedrà.
Bentornata! (me lo dico da sola!).
Bentrovati.